img_0737-blackwhite

Nell’ambito della Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni, istituita dal Politecnico nel gennaio 2016, è stata avviata la riforma delle Lauree Magistrali in Architettura, classe LM-4, attiva dall’a.a. 2017-18.  In questo quadro il Corso di Studio in Architettura-Progettazione Architettonica ha variato il proprio titolo in Architettura e Disegno Urbano / Architecture and Urban Design.

La caratterizzazione del Corso di Studio nell’ambito dell’Architettura e Disegno Urbano ha consentito di articolare meglio i mix pluridisciplinari dei laboratori del primo anno (a.a. 2017-2018) e dei laboratori tematici e finali del secondo anno (previsti per l’a.a. 2018-19) e di calibrare l’offerta formativa di corsi e laboratori, in vista anche di un carico didattico adeguato.

Gli obiettivi perseguiti sono i seguenti:

  • definire un’offerta chiara e differenziata della Scuola AUIC, esente da sovrapposizioni, con titolazioni semplici;
  • definire un’offerta innovativa, attraverso l’aggiornamento e la caratterizzazione dei profili formativi per rispondere alle mutazioni attuali del settore dell’architettura e delle costruzioni;
  • collocare l’offerta formativa in rapporto al quadro italiano e internazionale, con particolare attenzione ai politecnici europei.

Dunque, il processo istituzionale è per certi versi definito e si sta concludendo con un pur faticoso confronto tra le diverse componenti e anime della Scuola.

La molteplicità degli approcci e dei punti di vista delle discipline (composizione architettonica, urbanistica, interni, tecnologia, restauro, ecc.), e delle tradizioni consolidate, è stata considerata come giustamente risorsa, ma allo stesso tempo impedisce di uscire dall’ambiguità del “contenitore”; tutte le migliori Scuole internazionali si presentano fortemente caratterizzate da un “progetto didattico e di ricerca” connotato e maggiormente aggressivo.

A ciò si aggiunga che l’aver rinunciato alle risorse del Campus Bovisa, ha prodotto un’ulteriore crisi di identità.

Mi sembrano ancora utili gli appunti da me stesi per un’importante riunione della Giunta allargata della Scuola AUIC del 4 ottobre 2016; utili per intendere i temi in gioco e gli interrogativi che rimangono aperti ancor oggi.

Sulle lauree magistrali in Architettura,

appunti di Federico Acuto per la Giunta allargata del 4 ottobre 2016

(in corsivo i brani corretti/aggiunti dopo il dibattito di quel giorno in Giunta allargata)

Premessa

Nel riprendere il filo del discorso aperto dalla Preside Ilaria Valente, nel luglio ultimo scorso,

vorrei farmi interprete di un punto di vista costruttivo e aperto che vede il Processo di costruzione della Nuova Scuola AUIC, come contesto di lavoro condiviso da tutti e finalizzato a “mettere in gioco” le diverse tradizioni consolidate nel nuovo assetto futuro.

Al contrario, sarebbe bello poter pensare che la congiuntura finanziaria difficile (quella che ha costretto a ridurre gli spazi – le “sedie”, appunto –  e le Scuole milanesi) non vada a intaccare anche quel patrimonio culturale e disciplinare faticosamente costruito nel tempo e dunque il dibattito coinvolga realmente tutte le risorse disponibili.

Con un utile gioco di parole – già utilizzato altrove – si potrebbe dire dunque che non si tratti solo di “scuola nuova” (rinnovata in superficie), ma piuttosto “Nuova Scuola” a sottolineare un cambiamento che dovrebbe coinvolgere tutte le discipline ed i docenti, finanche nell’assetto fisico dello spazio in cui insegnano.

Lo sfondo comune: visione interdisciplinare e laboratorio critico

Senza entrare nel merito, in questa sede, delle sfide della ricerca e della professione poste dall’orizzonte globalizzato, gli elementi che paiono irrinunciabili per una Nuova Scuola di architettura (ovviamente in termini inclusivi) possono essere individuati:

  • nella visione interdisciplinare: non si tratta soltanto di ricordare la tradizionale continuità con la “cultura politecnica”, tradizione peraltro sulla quale un po’ di chiarezza sarebbe utile dopo i fasti celebrativi del 150enario del Politecnico, quanto ribadire che ricerca, innovazione, insegnamento si fanno non solo “affiancando” le diverse discipline, ma, nel fare sperimentale, mettendo in crisi i rispettivi statuti; questo è il nocciolo.

Da questo punto di vista, la sovrastruttura dei SSD – va detto – è arretrata, anziché progredire; le discipline paiono ritirarsi di nuovo nel proprio “specifico”, assai meno disponibili al confronto di un tempo.

Questo approccio non è, a mio giudizio, negoziabile; resta un problema (e non solo organizzativo), ma deve restare un pilastro della Nuova Scuola:

  • nel laboratorio critico: non occorre ricordare che tra i punti dello storico manifesto di Gropius “In search of a better architectural education” (1947-49), assume via via più importanza il “laboratory-workshop”: “dove esperimenti e ricerche possono essere condotti da docenti e studenti insieme”; nessuno credo – almeno in linea generale – metterebbe oggi in discussione questo assunto.

Tirando le somme, se il laboratorio costituisce il fulcro condiviso della formazione dell’architetto, mi chiedo se tutti possano sottoscrivere con la necessaria convinzione:

  • che sia interdisciplinare;
  • che sia sperimentale;
  • che si occupi di trasformazioni fisiche dell’insediamento e dello spazio abitabile.

Il problema dell’organizzazione didattica che ne consegue è evidente; se caricato dei significati di cui sopra l’opzione annualità/semestralità non appare scontata; quantomeno dovrebbe essere garantita la praticabilità (non formale) delle diverse scelte (differenziando prioritariamente tra prima (semestrale) e seconda annualità (annuale-Laboratorio di tesi).

Alcuni contributi hanno anche giustamente ridimensionato la logica formale del “mi si deve garantire” che sottostà a certe istanze degli studenti, le quali non tengono conto dei contenuti e delle responsabilità che ci si assumono nell’orientamento della propria formazione.

Altri hanno un po’ sbrigativamente definito “troppo lunga” l’annualità, senza tuttavia plausibile spiegazione; altri ancora hanno messo in contrapposizione annualità ed esperienze bervi e intensive in modo non chiaro.

Il mio commento è che due/tre laboratori + workshop intensivi (o un misto) siano in realtà assai più in concorrenza tra di loro che un’esperienza più corposa (anche nella gestione dei tempi da parte studenti).

L’architetto generalista

Da più parti si è sottolineato, anche nel più recente dibattito internazionale, il ritorno della figura dell’architetto generalista con forti capacità di sintesi culturale e “gestione” del processo tecnico; in alcuni casi ritorna addirittura l’esplicito riferimento alla “cultura umanistica” come intelaiatura su cui reggere l’ampio patrimonio di conoscenze dell’architetto. Se non fosse che tutta la cultura (e la filosofia) italiana del Novecento si è cimentata su questo nodo problematico, verrebbe quasi da sorridere. Dopo l’ubriacatura delle discipline specialistiche, anche l’ingegneria si trova a fare i conti con un approccio olistico, non foss’altro che per recuperare un po’ di quel mercato che ha improvvidamente perso a causa della sua ritirata nei settorialismi più esasperati.

Bisogna però intendersi cosa significhi “generalista”.

Forse, anche se abusato, il concetto delle “competenze” può aiutare: è infatti necessario che una scuola indubbiamente plurale, aperta e innovativa, non finisca con l’essere un mero contenitore, senza esprimere – nella pluralità appunto – orientamenti riconoscibili (leggi trasmissibili) sulle “competenze” appunto dell’architetto.

Su questo è bene essere chiari; è ovvio che l’architetto sognato dal Movimento moderno rappresenti un modello cui guardiamo, forse con nostalgia, ma anche con il necessario distacco; ciò detto è altrettanto vero che per onestà intellettuale si dovrebbe fissare un perimetro preciso del nostro lavoro; che si tratti di una “geometria variabile” – come va di moda dire – siamo tutti d’accordo, ma quando la brillante locuzione diviene copertura “della notte in cui tutte le vacche sono nere”, non stiamo contribuendo alla nascita di una Nuova Scuola.

Per essere più precisi, senza alludere a presunte egemonie culturali, non convince per le LM l’idea del “contenitore” unico, nel quale far convivere la molteplicità di approcci (ipotesi peraltro un organizzativamente po’ astratta); come è stato giustamente sottolineato, questa potrebbe risultare l’ipotesi anche meno “conflittiva”, ma non mi sembra collochi correttamente il punto di equilibrio tra “riconoscibilità dell’offerta” e “progetto unitario” della Nuova Scuola.

 

Le risorse in campo

Ciò che della discussione fin ora svolta resta purtroppo forzatamente sullo sfondo sono le risorse espresse dai SSD che possono essere messe in gioco. La sensazione – forse più che una sensazione – è che, non solo non si ritenga “opportuno” modificare equilibri faticosamente raggiunti, ma che al contrario essi godano di speciale salvacondotto per essere traghettati nella Nuova Scuola.

Non voglio essere frainteso; così come si deve far tesoro delle attuali LM attivate e delle attendibili ulteriori (come ad esempio il progetto di LM3 all’ordine del giorno, anche se ciò dovrebbe avvenire in un quadro condiviso di utilizzo delle risorse…molto molto scarse); altrettanto si deve fare per i diversi “progetti formativi” maturati nel tempo, i quali hanno diritto di cittadinanza nel dibattito, ma non rendite di posizione acquisite una volta per sempre.

Per quanto riguarda i Corsi di Laurea, come già evidenziato dalla relazione della Preside, a Milano abbiamo:

  • LM48 – Urban Planning and Policy Design
  • LM24 – Ingegneria dei Sistemi Edilizi
  • LM24 – Management of Built Environment – Gestione del Costruito
  • LM03 – Architettura del Paesaggio

Nonché le tre LM4:

  • Architettura
  • Progettazione architettonica
  • Architettura delle Costruzioni

La prima osservazione riguarda le cosiddette “sovrapposizioni”:

  • più evidenti in realtà sembrano quelle tra i corsi LM altri ed numerosi PSPA di Architettura LM4;
  • per LM4 è evidente un problema di titolazione, mentre molto meno sostanziali sono le cosiddette “sovrapposizioni” di contenuto, trattandosi attualmente di tre impostazioni formative decisamente diverse.

E’ da tempo che insisto su un quadro conoscitivo completo, condiviso e chiaro; mi pare sensato chiedere ai coordinatori del CLM ovvero dei PSPA di produrre un sintetico documento programmatico, tipo “manifesto”, con una serie di dati che siano confrontabili e leggibili in breve sere storica.

Da una consultazione del poco attendibile (ma non vi sono alternative rapide) del sito MIUR alla voce organico per SSD si hanno i seguenti numeri (scusandomi con i colleghi dei settori non classificati per la macchinosità della consultazione):

DENOMINAZIONE ICAR TOT PO PA R Rtd
Comp. architettonica 14 56 15 22 15 4
Tecn. architettura 12 35 6 18 8 3
Architettura tecnica 10 11 3 8
Produzione edilizia 11 9 2 4 2 1
Tecnologie   55        
Urbanistica 21 28 7 11 9 1
Tecnica urbanistica 20 22 5 9 6 2
Urbanistica   50        
Restauro 19 28 5 11 9 3
Storia 18 21 7 4 8 2
Disegno 17 17 3 4 7 3
Interni 16 13 3 4 5 1
Tecnica costruzioni (ABC) 09 17 7 6 2 2
Scienza costruzioni (ABC) 08 11 2 6 3
Topografia (ABC) 06 9 1 2 3 3
Economia applicata Secs-p06 8 3 4 1
Estimo 22 7 1 4 2
Arch. paesaggio 15 2 1 1
Geografia politica m-ggr/02 2 1 1
Medicina Med42 2 1 1

Gli ordini di grandezza sono chiari: tra aree hanno peso comparabile, le altre anche a dispetto del ruolo culturale storico, sono decisamente meno rappresentate (soprattutto Interni).

Non resta che augurarsi un confronto aperto, “a tutto campo” come si suol dire.

L’albero di Delft e i confronti internazionali

Molti confronti possono essere utili con la situazione internazionale.

L’albero di Delft proposto dalla Preside non mi pare si presti a interpretazioni incerte: sono i rami principali ben solidi e individuati che discriminano la chiarezza dell’offerta; il fatto che architettura sia particolarmente frondosa, raccoglie proprio la tradizione “laboratoriale”, cui tanto anche noi teniamo, più che ai nostrani PSPA; così come non si può non vedere la centralità del “progetto di architettura” nella stessa fioritura di cui sopra.

albero delft

Altrettanto interessante, se non altro per la grafica comunicativa, è lo schema del M.ARCH del MIT, peraltro organizzato su 3,5 anni, con una chiarissima gerarchia tra le aree disciplinari in gioco; i laboratori di progetto denominati con la bella dizione “core studio” occupano mediamente circa il 43% dei crediti (units) dell’anno.

mit

Mi pare cioè che nei diversi casi citati all’architettura istituzionale chiara corrisponda una altrettanto chiara “visione”, o meglio una consapevole e onesta assunzione del tema della “domanda” espressa dagli studenti, non nei termini di un inquieto relativismo culturale, ma all’opposto guardando alle sostanziali sfide di uno sviluppo saggio e sostenibile.

 

Alcune domande per una discussione sostantiva

Se la discussione deve essere sostantiva, mi sembrerebbe intellettualmente onesto provare a rispondere, tra le altre, alle stringenti questioni aperte qui sotto annotate:

  1. Qual è l’assetto strategico generale delle LM nel quale si collocheranno a loro volta le LM4?
  2. In che termini siamo disposti ad assumere e praticare la centralità della “visione interdisciplinare e del laboratorio critico”? Nella sostanza siamo in grado di fare chiarezza sugli elementi fondativi del “laboratorio di progettazione”?
  3. All’interno dell’ambito disciplinare di LM4, quali sono le discipline portatrici di una tradizione e caratterizzanti la Scuola di Milano? Esprimono oggi uno o più progetti culturali credibili?
  4. L’area della Composizione architettonica è in grado di esprimere orientamenti culturali plurali, ma chiari e complementari; è in grado insomma di “fare scuola”?
  5. Le aree disciplinari ad oggi “strutturali/nti”, quali (nell’ordine di peso specifico) le tecnologie e l’urbanistica, che dialogo instaurano con la Composizione architettonica?
  6. Il ruolo specifico dell’Architettura degli interni, rafforzato dai dati di domanda, aspira a un suo ruolo autonomo? Propone assetti innovativi con altre discipline?
  7. La “costruzione” in quanto dimensione specifica e innovativa, si limita al suo perimetro tecnico, o si fa riflessione sui temi dell’attualità dell’architettura? Vi è una possibile affinità tra “costruzione” (per es. “nel costruito”) e la dimensione della “fabbrica” del restauro?